Di Sandro Bondi
Ricordare Mario Pannunzio significa ripercorrere la lezione della democrazia laica, riformatrice, europea. "Una cultura laica - diceva Pannunzio - è una cultura senza aggettivi". Ci sia consentito richiamare il fatto che anche noi abbiamo a cuore questo modo di leggere e vedere la cultura. La cultura è semplicemente cultura, tutto qua. Non ha aggettivi e casematte di appartenenza. Se è vera cultura. Una visione laica, in questo Paese, vuol dire tout court anti-ideologica, anzi "a-ideologica". Ciò comporta la possibilità di vincere sul piano culturale e di perdere totalmente sul piano politico. Com'è successo a Mario Pannunzio e a tanti altri uomini di cultura che rappresentano quel fiume carsico che di tanto riemerge per depositare materiali di modernità e di onestà.
Pannunzio chiamò a collaborare al "Mondo" irregolari e non allineati, diede voce a tutti gli spiriti liberi, non inquadrati nelle chiese comunista e democristiana, ponendo al centro la libertà di parola e il senso delle istituzioni e dello Stato.
Un ritrovo di naufraghi sopravvissuti a un doppio fallimento politico: quello del Partito d'azione e quello del Partito liberale. Il primo si era sciolto, l'altro si era scisso in seguito alla deriva monarchica. C'era qualcuno che simpatizzava con il Partito repubblicano di La Malfa, qualcuno che guardava alle vicende dei socialisti, altri continuavano a sentirsi vicini ai liberali. Ma politicamente erano tutti dei «dispersi», come ha scritto Mario Ferrara. Nessuno aveva più una casa politica.
Pannunzio fu un borghese "anomalo. Intransigente verso ogni totalitarismo. Anni di battaglie laiche, liberali, libertarie e riformatrici in un'Italia pasticciona, burocratica, conservatrice, socialcomunista e socialfascista. Gli anni del "Mondo", animati da spiriti liberi, da "pazzi malinconici", da liberali, repubblicani, socialisti e laici senza tessera, furono forse gli anni più "utopici" proprio perché realistici e concreti nell'Italia del dopoguerra.
E' la statura etica e intellettuale del giornalista rigoroso e dello scrittore di razza che vogliamo celebrare e ricordare come una testimonianza che ci può aiutare oggi ad essere migliori.
Perché - secondo la concezione di Pannunzio - tutto parte dalla persona e in essa e con essa trova il suo compimento, che si vinca o si perda sul piano dei consensi e della maggioranza. Se perdiamo questo approccio pulito e aperto alla storia degli uomini, finiamo per renderci orfani di pezzi di storia importante e di occasioni di riflessione comune, civile e politica. Invece, oggi, è bene discutere ed approfittare di questi grandi personaggi per recuperare una "memoria-radici". Quella stessa memoria vivente e dinamica che stiamo cercando di rendere operativa e feconda in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia.
Oggi Mario Pannunzio come commenterebbe la vita politica? E' una domanda che abbiamo il dovere di fare, rileggendo i suoi scritti. Il primo rilievo che mi viene in mente è che Pannunzio non ha generato una scuola degna della sua dirittura etica e civile. Scalfari non è certo figlio di questa scuola. Anzi. Egli è più manager e organizzatore di "notizia" e "comunicazione", più "partitante", e per questo ha avuto successi e riconoscimenti anche economici molto elevati, mentre Pannunzio è morto libero e povero. Uno storico vicino al nostro grande liberale lucchese, Pier Franco Quaglieni, ha detto: "Pannunzio nel '66 sentì l'aria dell'irrazionalismo, del sociologismo, dell'ideologismo che stava per arrivare e che scoppiò già nel 1967 in alcune università e si evidenziò in tutta la sua portata negativa nel 1968, l'anno in cui Pannunzio morì, volendo - lui laico- come compagno dell'ultimo viaggio il grande libro di Alessandro Manzoni che i contestatori avrebbero voluto bruciare in piazza senza leggerlo perché catto-borghese e moderato".
Vale la pena riprendere un'altra affermazione dello stesso studioso: "Pannunzio era un garantista: lo dimostra lo scandalo che riguardò il laeder democristiano Attilio Piccioni a causa del figlio accusato si essere coinvolto nella vicenda Montesi. Me lo ricordava spesso Saragat durante i nostri colloqui. Pannunzio rifiutò sempre di fare dello scandalismo su Piccioni come invece fecero i comunisti ed i fascisti. Pannunzio io penso che si sarebbe schierato negli anni di Tangentopoli contro i vari Pool che architettarono un vero colpo di Stato per via giudiziaria. Pannunzio era un uomo della Prima Repubblica di cui denunciò il marcio con coraggio in anni difficili, ma di cui si sarebbe eretto a difensore perché la Prima Repubblica aveva ricostruito l'Italia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale".
Perché lui era un intellettuale onesto, dote peculiare che in questo terzo millennio rappresenta un'autentica rarità. Pannunzio poteva guardare con attenzione cosa accadeva intorno a lui perché ascoltava le voci più discordanti sui temi di interesse del bene comune, di una società civile che trovava una stampa libera perché questa era animata da giornalisti liberi, lontani dai preconcetti e dagli schieramenti.
La sua lezione non deve andare perduta. Vi sono nella tradizione del nostro paese due atteggiamenti della cultura innanzi al mondo della politica. Il primo è quello dell'accademia, della cultura che rifugge da ogni impegno civile, di quell'arcadia nella quale, già a giudizio del De Sanctis, si sublimava una crisi due volte secolare della coscienza nazionale italiana. E l'altro è quello, esattamente opposto, della cultura che si espande e vive proprio dell'impegno civile. Ed è stata questa la strada della migliore cultura italiana, quella di coloro che, senza mai far commercio dei valori dell'intelligenza al mercato di un'effimera popolarità, hanno tenuto fede all'impegno civile con la ferma consapevolezza che la cultura è libertà. La cultura resta fedele a se stessa solo quando pensa la realtà, quando s'impegna a misurarsi con essa, senza fingere di ignorarla e senza umiliarsi a servirla. L'intellettuale non rappresenta nulla se non rappresenta l'individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualunque costo il principio stesso dell'individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle "menzogne inutili". In questo, la sua funzione è eminentemente sociale.
«Ecco la lezione di Pannunzio - ha scritto Indro Montanelli - e se qualcuno ha ironizzato sul fatto che si suol dire che egli è stato "la nostra coscienza", quella frase è mia e la rivendico». «Il Pannunzio degli ultimi tempi - continua Montanelli - era un uomo stanco, amareggiato e deluso. Eravamo delusi entrambi perché in fondo le sue battaglie erano state un po' anche le mie e i risultati non erano certo esaltanti. Mi ricordo che un giorno mi disse: "Vedi, al tempo del fascismo eravamo in pochi e diventavamo sempre di più, oggi siamo in pochi e diventiamo sempre di meno". Era una conclusione molto amara. Ripeto ancora una volta, non sono il suo erede. Vorrei esserlo». E non è certo un caso se molti collaboratori del "Mondo", dopo la chiusura, scelsero di scrivere per il Giornale fondato da Indro Montanelli nel 1974.
Se adesso siamo qui, a villa Bottini, per interpretare e approfondire la lezione di Pannunzio, non solo politica perché munita di un orizzonte culturale segnato dalla curiosità e dalla passione, e anche dalla voglia di vivere, è perché ci troviamo nel cuore della civiltà, in Toscana. Non a caso in questa terra, epicentro della cultura italiana, voce e lingua di un'intera nazione, è nato Pannunzio. Dove Lucca è l'emblema urbano di saperi e tradizioni, vivacità intellettuale e rispetto per il passato, circondata da bellezze artistiche e paradisi ambientali, dove anche gli "innesti" di umanità provocano la creazione di genialità straordinarie.